Tutto il Meridione produce più energia di quanta ne consumi

Tutto il Meridione produce più energia di quanta ne consumi

Una domanda che ci è venuta in mente non appena saputo che vi sono numerosissimi progetti di impianti di energia eolica, di grossa taglia, da disseminare per tutta la Puglia, è stata: Ma perché così tanti progetti in una Regione che già adesso produce il doppio di quanto consumi? Che senso ha installare nuovi impianti – di grosse dimensioni – in zone dove il fabbisogno è già coperto e l’energia prodotta in più viene venduta fuori, con notevoli dispersioni?

Di che numeri parliamo?

La società Terna S.p.a., che si occupa delle infrastrutture energetiche in Italia, ogni anno pubblica i dati statistici su produzione e consumo di energia. Gli ultimi dati disponibili sono relativi all’anno 2019. Si trovano agevolmente qui.

Ora, da questi dati si evince che la Puglia produce 30.162 Gwh all’anno. Mentre consuma, in totale, tra usi domestici, agricoltura, industria e servizi, 16.825,5 Gwh. Quindi il surplus produttivo è di 13.336,5 Gwh.

In particolare la Provincia di Lecce consuma 2.203,7 GWh, di cui 886 nelle case, 853 per il terziario, circa 400 per l’industria e quasi 60 per l’agricoltura.

E le altre regioni?

Analizzando la produzione e il consumo di energia elettrica delle regioni meridionali si evince che tutte producono più di quanto consumano, ad eccezione di Campania e Sicilia.

Vediamo i singoli dati.

la Basilicata produce 4.043,9 Gwh e consuma 2.805,7 Gwh con un surplus produttivo pari a 1.238,2 Gwh.

Il Molise produce 3.535,3 Gwh e consuma 1.306,7 Gwh, con un surplus produttivo pari a 2.228,6 Gwh.

La Campania produce 12.533 Gwh e consuma 16.933,6 Gwh, con un fabbisogno residuo di 4.400,6 Gwh.

La Calabria produce 1.9061,2 Gwh e consuma 5.177,9 Gwh, con un surplus produttivo di 13.883,3 Gwh.

La Sicilia produce 16.950,7 Gwh e consuma 17.282,9 Gwh, con un fabbisogno residuo di 332,2 Gwh;

La Sardegna produce 13.630,6 Gwh e consuma 8.472,4 Gwh con un surplus produttivo di 5.158,2 Gwh.

Anche soddisfacendo, stando l’attuale produzione, i fabbisogni di Campania e Sicilia, restano ben 22.114,3 Gwh di surplus produttivo.

Dove va a finire il surplus produttivo?

Stando alle elementari leggi di mercato, si presume che l’energia prodotta in più venga venduta alle regioni del Centro-Nord oppure all’estero.

Senza analizzare regione per regione, altrimenti verremmo sommersi dai dati, qui va detto che tutta l’Italia centro-settentrionale produce 187.609,9 Gwh e consuma 226.670,3 Gwh (dati Terna, 2019) con un fabbisogno residuo di 39.060,4 Gwh che, dunque, preleva, in parte, dal surplus prodotto in alcune regioni meridionali e in parte dall’estero.

Non è meglio investire dove si consuma di più?

Dunque la domanda che sorge spontanea è: perché continuare ad installare impianti energetici (puliti, sì, ma pur sempre di grossa taglia e impattanti su paesaggio, ambiente e relazioni sociali) dove la produzione è eccessiva e non farlo dove invece scarseggia?

Qualcuno dei proponenti risponderebbe che il Sud è più ventoso e quindi è meglio investire dove c’è vento.

Spiegazione che non convince, perché se è vero che Puglia, Sicilia, Sardegna e Calabria dispongono di venti più costanti rispetto ad altre zone d’Italia, è anche vero che pale eoliche sovradimensionate non sfruttano appieno l’energia prodotta dal vento, quindi anche se nominalmente una pala eolica di grandi dimensioni ha una potenza nominale di 6 MW, non riesce – per motivi strutturali – a produrre quanto il suo valore nominale. La produzione è incostante e molto inferiore alla metà.

Ecco perché ribadiamo la necessità di investire nel mini eolico, che si adatta meglio alla Natura. La filosofia di fondo degli attuali proponenti mega parchi eolici, invece, prevede il contrario: adattare la Natura all’impianto.

E la dispersione dove la metti?

Poi c’è il problema della dispersione energetica. Se produci in Puglia (che è già abbondantemente coperta), l’energia la devi vendere fuori. Che sia il Lazio o la Lombardia o il Veneto, l’energia si deve muovere. E nel muoversi produce dispersione. Più aumenta la distanza e maggiore sarà la dispersione.

Sempre secondo Terna S.p.a., la dispersione in Italia si attesta sul 6% e poco più. Quindi il 6% dell’energia prodotta viene perso. Ma sono dati medi. Aumentando la distanza tra fonte produttiva e consumatore, anche questa media aumenterà. Però possiamo stare tranquilli, la paghiamo noi in bolletta, alla voce “trasporto dell’energia”. E il costo, negli anni, tenderà a salire.

Dunque, a rigor di logica, per evitare dispersione e frammentazione produttiva, occorre investire in modo capillare su tutto il territorio italiano, con mini impianti oppure, come suggerisce ENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile), con le smart grids, che sono sì micro impianti, ma intelligenti, da diffondere in ogni comunità.

Però per fare ciò occorre una pianificazione nazionale. Che non c’è. E anche regionale (che manca quasi del tutto al Sud). E, soprattutto, si pestano i piedi alle grandi aziende, che in questo modo vedono erodere il proprio profitto, basato su:

  • finanziamenti pubblici (impianti a costo quasi zero), anche se non tutte accedono;
  • compravendita di progetti definitivi;
  • speculazioni sugli allacci alle reti Terna;
  • emissione di azioni verdi alle aste CO2;
  • vendita dell’energia e recupero dei costi di dispersione
  • e tutto ciò che le distorsioni del mercato può generare

Ecco perché insistiamo affinché la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili sia controllata dagli Enti pubblici e sviluppata in armonia con l’ambiente e le comunità locali. Ma soprattutto che la transizione energetica diventi un modo per ripensare totalmente il controllo delle risorse e far sì che le vere protagoniste siano le comunità e non il profitto di pochi a danno di tutti.